Formula uno: i danni sul cervello

Durante un training organizzato da Pirelli, in cui era presente anche il dottor Ceccarelli, è stato evidenziato lo sforzo mentale a cui sono sottoposti i piloti di F1.

Gomme e cervello degradano alla stessa velocità

Questo è quanto è emerso da una serie di studi. La mente del pilota, durante le prestazioni, deve ragionare, pensare, programmare e risolvere a una velocità più elevata di quella del bolide, cosa che sosteneva già il pilota di rally Walter Röhrl,  campione del mondo negli anni ottanta, quando ancora il pilota non era considerato un atleta sotto tutti gli aspetti.

Negli ultimi anni, il settore motosport, ha vissuto una vera e propria rivoluzione tecnica che, fortunatamente, è andata a pari passo con l’attenzione nei confronti del pilota: dieta, preparazione fisica e preparazione mentale.

Che ci voleva una mente superiore per poter mantenere il controllo a quelle velocità ce lo siamo sempre detto tutti, ma il dottor Ceccarelli, pioniere del settore, negli anni ha messo a punto le conoscenze elaborando un percorso che aiuta il pilota a perfezionare il rendimento mentale.

La mente: un mondo astratto ma reale

Scommettiamo (per farlo clicca qui) che presto la Formula Uno interverrà anche su questo fatto mettendo un limite alla preparazione mentale del pilota? Ovviamente è una battuta leggermente polemica, ma dovuta, dopo tutte le limitazioni inserite per il Campionato 2018.

Avete presente l’usura di un treno di gomme di un’auto di Formula Uno in un Week-end? Bene sembra che la mente dei corridori subisca lo stesso livello di usura, con la differenza che non si può andare al pit-stop a fare il cambio, quindi?

Quindi i piloti vengono sottoposti a test di mental-training, veri e propri allenamenti della mente. Per far capire bene di cosa si stratta, Ceccarelli ha voluto unire agli allenamenti dei piloti un team di giornalisti e i risultati non si sono fatti attendere.

Il tutto è avvenuto al Centro Formula Medicine in compagnia di Marcus Ericsson e Bruno Splengler, un pilota di F1  e uno di DTM. La prima cosa a colpire i giornalisti è stata la naturalezza con cui i due si comportavano, cosa che un comune mortale non sarebbe mai riuscito a superare. Un esempio? Un esercizio dall’apparenza semplice ha fatto desistere subito i giornalisti. Su un monitor apparivano nomi di colori che, solo a volte, corrispondevano. Bastava pigiare il tasto vero o falso, fin qui ci arriverebbe anche un bambino, ma il problema era che con l’aumentare delle prestazioni (quindi il degrado) calava la luminosità fino a rendere la scritta quasi impercettibile ad una mente poco allenata. Da questo si capisce cosa deve sopportare la mente di un pilota.

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